sabato 25 maggio 2013

Il lotto 49 e la fine delle certezze


Dopo aver convinto un'amica a leggere il romanzo di culto per eccellenza del Novecento - L'incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon, del 1965 (Einaudi) - sono stato preso io stesso dalla voglia di rileggerlo.
Mi sono rimesso sulle tracce di Oedipa Maas come fosse la prima volta, e mi sono di nuovo perso nei labirinti di una cospirazione risalente all'Europa del Cinquecento, e a un misterioso Tristero, volta a costituire nell'America degli anni sessanta un sistema postale alternativo a quello pubblico, un sistema chiamato W.A.S.T.E. (We Await Silent Tristero's Empire). Tutto ruota attorno all'eredità del ricco Pierce Inverarity - di cui Oedipa era stata l'amante e ora è l'esecutrice testamentaria (il lotto 49 è quello di una collezione di francobolli falsi con i simboli del Tristero) - e alla continua scoperta da parte della protagonista di tracce del sistema disseminate ovunque con l'aspetto del disegno di un corno da postiglione.
Le persone che possono aiutarla via via si dileguano: Metzger, il coesecutore, scappa con una ragazzina; Driblette, l'attore-regista dell'improbabile dramma inglese del Seicento, la Tragedia del Corriere di Richard Wahrfinger (in cui si cita per la prima volta Tristero), si suicida; Hilarius, il suo psicanalista, dà fuori di matto sentendosi vittima di una cospirazione ebraica; il marito, il disc jockey Mucho, si impappa il cervello con l'lsd. E questi sono solo alcuni delle decine di squinternati personaggi incontrati sulla sua strada.
Delirio mentale della protagonista o vero complotto mondiale? "Perché o esisteva un Tristero di là dall'apparenza dell'eredità America, o esisteva soltanto l'America, e se esisteva soltanto l'America sembrava che l'unico modo in cui Oedipa potesse proseguire e contare qualcosa per essa era da straniera, spianata, assunta a cerchio chiuso in qualche paranoia" (p. 173).
Un romanzo lucido e psichedelico insieme, costruito sull'aggiunta continua ed esasperante di indizi, ciascuno dei quali tuttavia finisce per distruggere ogni certezza. Un capolavoro assoluto di spiazzante attualità, dove il disorientamento dell'individuo finisce per essere la regola e la ricerca di verità genera la follia.
Il tutto in uno stile e in un linguaggio che si piega continuamente alla necessità, dal barocco al pop, dove anche il falso ha le caratteristiche del vero enciclopedico alla Borges, a cominciare dal Concerto per Kazoo di Vivaldi, solista Boyd Beaver.

Centosettanta pagine a undici euro e cinquanta per una conturbante percezione dell'entropia (non a caso il titolo di un suo famoso racconto) di questo universo volto al disordine. Un affare, ma non proprio per tutti.

domenica 15 aprile 2012

"Dio promette la vita eterna. Noi possiamo metterla in commercio"


Ho appena terminato di leggere Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip K. Dick, del 1963. Ne avevo rimandato negli anni la lettura fino a quando, pochi giorni fa, una patinata riedizione di Fanucci, sfolgorante in libreria, me ne ha fatto venire la voglia.

Capolavoro quanto e più di Ubik, il romanzo è il frutto di una mente visionaria e insieme lucidissima. A fronteggiarsi sono due imprenditori: Leo Bulero, dal cervello superevoluto, che produce i plastici di Perky Pat con cui i coloni di Marte possono immedesimarsi nella bambola di Pat e del suo uomo Walt e sfuggire alla vita misera imposta dalla loro dura missione, il tutto con l'aiuto di una droga il Can-D, spacciata dallo stesso Bulero; contro di lui Palmer Eldritch, di ritorno dal sistema di Proxima e in possesso di una droga molto più potente, il Chew-Z, grazie alla quale la cosiddetta "traslazione" avviene in modo ancora più radicale, una sorta di vera e propria reincarnazione in un universo mentale assolutamente reale, nel quale interagisce, o forse comanda, lo stesso Eldritch.
Ma chi è Palmer Eldritch? La punta avanzata di un'invasione della Terra programmata dai proximiani in stile Invasione degli ultracorpi? Oppure un furbo venditore di paradisi artificiali? Oppure Dio stesso, o una sua emanazione, in grado di creare e far vivere ciò che vuole in un unico universo psichico da lui dominato?
E il precognitivo Barney Mayerson, dipendente della Plastici P.P. di Bulero, riuscirà a sfuggire all'intrigo dei due antagonisti? O crederà di averlo fatto solo nel mondo "traslato" di Eldritch (o di se stesso)?

Romanzo aperto, senza risposte, ma con molte domande. Riflessione religiosa e ontologica, dove la fantascienza è solo il pretesto per una penetrazione nelle profondità della psiche umana, per una pesante critica sociale, per una ironica divagazione sulla fragilità dell'essere umano (con tanto di psichiatra portatile, un apparecchio detto "dottor Sorriso").
Leggere Dick è sempre un'esperienza unica, che ti pone di fronte all'ambiguità del reale, a dover scegliere tra ciò che esiste e ciò che è frutto del pensiero, ma altrettanto reale. E in letteratura dove, per definizione, nulla è reale, la differenza si riduce.
Dick è la sublimazione delle intuizioni che qualche decennio prima Jorge Luis Borges aveva finemente espresso in molti racconti (Le rovine circolari in particolare) o che Julio Cortázar proponeva in forma più primitiva e onirica.

L'anno prossimo il libro compie cinquant'anni e i Palmer Eldritch del nostro tempo si disputano già il mondo.



giovedì 8 dicembre 2011

Il Cavaliere e il Commendatore: una lettura di "Don Giovanni"

Prima di "Don Giovanni" alla Scala in tv. Bellissima messa in scena, tutta centrata su un affascinante gioco di specchi tra il palcoscenico e la platea. Come dire, tra la finzione e la realtà. Ed è di questo che voglio parlare, la finzione e la realtà.
Chi è Don Giovanni? Il personaggio è la rappresentazione del potere che predomina, annienta, violenta, e poi sfugge con qualche inganno alle proprie responsabilità.

La sopraffazione e la rovina passano principalmente attraverso l'esercizio del sesso come forma autoritaria. In questo senso il "numero" delle conquiste diventa determinante e dà luogo al famoso quanto atroce "catalogo" (In Italia seicento e quaranta…). Oggi lo abbiamo visto spesso Don Giovanni: il Palazzo del potere si è riempito di donne d'ogni forma, d'ogni età, con particolare predilezione per le molto giovani (ma passion predominante è la giovin principiante).

Io cangerò tua sorte dice il nostro alla sempre eccitata Zerlina. La farà diventare ministra? E lei rassicura il suo fidanzato tradito: Va', non temere: nelle mani son io d'un Cavaliere. Profetico.

Ah! la mia lista doman mattina d'una decina devi aumentar, dice al fedele Leporello. E quanti Leporelli veri abbiamo visto, premurosi procacciatori di sesso per il loro padrone?

Don Giovani è malato, le donne sono per lui un'ossessione distruttiva (Zitto: mi pare sentir odor di femmina…) e c'è perfino qualcuno che in buona fede lo dice, una donna che prova a metterlo in guardia, forse in un ultimo barlume d'amore. E' donna Elvira: Mi tradì, quell'alma ingrata: infelice, oddio! mi fa. Ma, tradita e abbandonata, provo ancor per lui pietà. Oggi avrebbe scritto una lettera a "Repubblica".

Eppure lui è abile, riesce a fare della sua perversione il manifesto del desiderio comune. Lo annuncia ai suoi ospiti, che la regia ci mostra immersi in un'orgia rosso sangue: così il famoso Viva la libertà suona come una specie di inno, ma non rivoluzionario. Meno male che Don Giovanni c'è, forse fonderà un partito della libertà.

Poi, a un certo punto, il regista ha una trovata geniale: la statua (in questo caso lo spirito) del Commendatore appare a Don Giovanni e si fa invitare a cena, la cena infernale in cui lo trascinerà negli abissi dell'oltretomba. Ma dove sta il Commendatore? Sul palcoscenico come sarebbe normale? No, è sul Palco Reale della Scala, proprio accanto all'uomo che oggi ha preso il posto di Don Giovanni e a cui tocca ristabilire l'ordine con lacrime e sacrifici. Inquietante.

Ultimo brivido. L'opera finisce con una falsa e rassicurante morale (Questo è il fin di chi fa mal). Salvo che, mentre tutti cantano il loro lieto fine, l'iniquo fa la sua ultima comparsa, sigaretta in mano, come se nulla fosse successo, mentre sono gli altri a sprofondare.

Non ci libereremo mai dei Don Giovanni del nostro tempo. Mozart e Da ponte forse lo pensavano anche del loro. Don Giovanni è la sintesi perfetta del potere da cui "vogliamo" essere oppressi e rovinati. Del potere subdolo dei furbi, che accettiamo perché vorremmo essere un po' come loro o perché ne traiamo qualche piccolo vantaggio. Il Convitato di pietra, il giudizio e la punizione conteranno ben poco. Alla fine se ne usciranno vivi e sprezzanti come sempre, con la compiacenza di servi arrivisti e di moralisti cialtroni. L'inferno sarà per noi.



domenica 22 maggio 2011

Brutti, sporchi e cattivi

Si sa, quelli della sinistra sono “brutti” (ricordate le recenti parole di La Russa sulle donne dell’opposizione?), “sporchi” (il premier dice che non si lavano) e “cattivi” (sostengono le moschee, i centri sociali, gli zingari, i magistrati sovversivi, le tasse ecc.)
In questi giorni in cui tutti questi argomenti vengono amplificati nella violenta campagna elettorale per il sindaco di Milano, risulta evidente l’alto grado di “infantilismo” delle ragioni addotte dalla destra contro l’avversario.
E’ il bambino che dice all’altro bambino: “Sei brutto, sporco e cattivo!”


C’è da chiedersi perché da molti anni questo tipo di argomenti susciti nel Paese un così vivo consenso. E’ semplice: perché il Paese è rimasto allo stadio dell’infanzia “civile”. Qui riscuotono largo successo ragioni di infimo grado quali la paura dello straniero, la diffidenza verso i giovani, il terrore del giudice imparziale, l’idea che le tasse non si pagano. E’ ancora più che mai vivo quell’attaccamento al “particulare”, all’identità locale e all’interesse personale o di gruppo, che già Guicciardini, cinquecento anni fa, aveva identificato come il tratto più caratteristico degli abitanti della Penisola nel loro insieme.

Comunque vada ai ballottaggi, il voto di domenica scorsa ha però dato un segnale a tutti. Come dire: ehi non siamo tutti bambini! Siamo cresciuti, molti stanno diventando vecchi! Invece la città è sempre lì, immobile a mostrare l’insanabile degrado che la sta affliggendo da sedici anni di governo di centrodestra. E la Moratti continua a sparare calunnie, insulti, promesse di togliere tasse, il tutto con un eloquio e una credibilità personale degni di un bambino di dieci anni.

Siamo cresciuti: sappiamo che gli stranieri arriveranno lo stesso, bisogna cercare di convivere. Sappiamo che i centri sociali hanno fatto comodo a chi ha fatto del loro smantellamento una bandiera. Sappiamo che i magistrati sovversivi sono gli stessi che lottano ogni giorno contro le mafie. Sappiamo che tasse o non tasse, quello che manca sono i servizi che con queste tasse dovremmo finanziare.
Giuliano Pisapia è diventato il simbolo di chi vuole il ritorno alla “normalità”, a una città a misura d'uomo, da amministrare con serietà e senza retorica, ma soprattutto con la dovuta attenzione a tutto il disagio che si avverte, anzi che “urla”, dai bassifondi come dai quartieri alti della città.
Il gioco da bambini è finito.


Io, domenica prossima, andrò a scegliere di continuare a crederci.





venerdì 22 aprile 2011

Tra politica e schizofrenia

Vorrei partire da un concetto tipico della psichiatria, quello di "denegazione", ovvero "uno dei modi in cui ciò che è stato represso riesce ad accedere alla coscienza: la formulazione consiste nell’esprimere un pensiero, un affetto, negandolo per scartarlo; ammettere che esiste dunque, ma non accettarlo come tale".
Nel senso comune è ciò che di solito viene definito dalla colloquiale espressione "Qui lo dico e qui lo nego". Vi ricordate Jane Birkin quando cantava "Je t'aime… moi non plus", la vecchia canzone di Serge Gainsbourg?
Oggi è il caso del candidato al Comune di Milano Roberto Lassini, reo di aver tappezzato la città di manifesti con scritto "Via le Br dalle Procure". Dopo essersi pubblicamente scusato con il Presidente della Repubblica e aver presentato le sue dimissioni "irrevocabili", ha infatti dichiarato che nel caso in cui venisse eletto non si ritirerebbe per rispetto della volontà popolare. E' un caso forse unico al mondo: uno si dimette dichiarando contestualmente di restare al proprio posto.
D'altra parte è il candidato giusto in un Paese che ha immancabilmente rimosso che la stessa cosa era già stata detta dal suo Presidente del Consiglio pochi giorni prima, quando aveva parlato di "brigatismo giudiziario". Forse anche lui intendeva dire qualcos'altro.

Quando un intero Paese non si accorge di tutto questo, quel Paese si ritroverà a dire di sì a chi gli parlerà di dittatura, naturalmente intendendo democrazia.



domenica 17 aprile 2011

Ma gli androidi sognano il rhythm'n'blues?

Mi addentro in un campo che non è il mio, parlare di un disco un po' r&b e un po' soul, ma lo faccio lo stesso. Il disco è del 2010 ed è sensazionale, si intitola "The ArchAndroid".
Lei si chiama Janelle Monae, nera di Kansas City. Ha appena venticinque anni ed è un autentico genio. L'opera si presenta come la seconda e terza parte di un progetto "Metropolis" la cui prima parte è già uscita come EP nel 2009. E' un singolare "concept" album, dove si parla dell'androide Cindy Mayweather, inviata indietro nel tempo per liberare i cittadini di Metropolis da una società segreta che usa i viaggi nel tempo per sopprimere la libertà e l'amore.
Apre il disco come un musical hollywoodiano, giusto per spiazzarci e per portarci subito fuori strada. Infatti dopo la cupa Ouverture si aprono le danze e i primi tre brani si snodano senza soluzione di continuità attraverso ritmi serratissimi e ammiccamenti funky. Ma è con "Sir Greendown" che il disco decolla. Il brano sembra uscito da un film di spionaggio dei primi anni sessanta con belle fatalone e titoli di testa animati. Quindi le tastiere volgari ad aprire "Cold War" e trascinarci in un vortice musicale ancora adrenalinico, mentre la successiva "Tightrope" sembra uscita dal miglior Prince.
E poi tutto cambia: dopo qualche divagazione elettronica, "Oh, Maker" propone una ballata acustica dolcissima seguita dal brano più rock del disco "Come Alive (War of the Roses)", aggressivo ma interrotto da aperture melodiche fascinosissime. Con "Mushrooms & Roses" esplora sonorità impensate; con "Neon Valley Street" torna al funky-pop con archi da musical, mentre "Make the Bus", forse il brano più interessante, ci dice che tutto è possibile, che ogni genere si può rimescolare con tutti gli altri fino al grottesco, prima di volare leggera con "Wondaland" e di proporre un tradional celtico in "57821". Ormai senza freni.
Poi tutto si ricompone nel terribile kitsch degli ultimi due brani, di nuovo hollywoodiani con tanto di assurda citazione debussyana tra cori angelici e big band. Qualcosa di simile, anche se meno radicale, all'ultimo Sufjan Stevens di "The Age of Adz".

Mi piace chi rischia, chi si offre con generosità per sperimentare ogni via possibile, magari dentro lo schema rigido della canzone pop. Perfino quando ti irrita, ti sta provocando, ti sta dando una chiave di lettura obliqua del mainstream musicale attuale e di come tutto possa trasformarsi in qualcos'altro. Qualunque cosa, nobili orchestre e musica spazzatura, rock e reperti sminuzzati di un inconscio collettivo di vecchi film.
Dopo settanta minuti, la voglia di rimetterlo daccapo.


venerdì 15 aprile 2011

L'Occidente di nessuno

Riprendo, con qualche piccolo ritocco, un post che ho pubblicato su MySpace qualche tempo fa, perché oggi risulta più attuale che mai.
Quella che vedete qui sopra è la riproduzione del cosiddetto "mappamondo" che il geografo arabo al-Idrisi realizzò nel 1154 per il re normanno di Sicilia Ruggero II. Come vedete nel riquadro in basso a destra (in cui ho evidenziato l'Italia), la carta geografica è concepita capovolta rispetto alla nostra convenzionale posizione del nord in alto e del sud in basso.
Proprio questa particolare prospettiva ci fa capire meglio tante cose. A cominciare dal fatto che l'Italia e l'Europa non sono che l'estrema propaggine di un mondo che ha il suo centro nel mar Mediterraneo, nell'Oceano Indiano, nell'Asia e nell'Africa.
Dobbiamo smettere - quando parliamo di civiltà - di ragionare secondo prospettive nord-sud, oriente-occidente. Ricordo una bella vignetta di Altan in cui una donna cinese diceva: "Senza oriente sareste l'occidente di nessuno".
E' secondo quest'ottica che dobbiamo guardare ai drammatici fenomeni migratori degli ultimi giorni, senza timore di nuove invasioni barbariche, senza apocalittiche visioni, ma anche con la lucida consapevolezza che un meccanismo economico-culturale di dominio si è incrinato.

Peraltro è in questa prospettiva che l'Europa può ritrovare la possibilità di esprimere al meglio una propria identità, a patto di non sentirsi nord, né occidente di nessuno. La nostra vocazione più alta e più autentica è in fondo quella alla sintesi di culture diverse: l'Europa come luogo di raccordo, dove l'Italia ha perfino una posizione privilegiata al centro di un grande flusso di uomini e di mentalità.

L'idea che i barconi di migranti siano merce da dividere tra paesi e un po' di rimandare al mittente è tragicamente miope sia nell'immediato che in prospettiva futura.
Dobbiamo smettere di pensare che i bisogni di questa gente siano legittimi solo se compatibili con i nostri e con il mantenimento del nostro benessere. In una parola dobbiamo smettere di essere colonialisti, perché il Nordafrica e il Medio Oriente saranno quello che abbiamo sempre negato: il centro del mondo.